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Kemon, sì a digitale e manager specializzati

Francesca Nocentini

Kemon, sì a digitale e manager specializzati

by Paola Cassola
16 Giugno 2026

Kemon punta a crescere aumentando la capacità produttiva, la digitalizzazione e la managerializzazione. Nei prossimi anni il focus sarà la riorganizzazione dei canali commerciali e il rafforzamento del private label, con investimenti su ricerca e sviluppo nelle piante officinali.

Dopo gli investimenti degli ultimi anni, le priorità strategiche di Kemon per sostenere la crescita partono proprio dall’impegno nel far fruttare quanto avviato: dall’aumento della capacità produttiva alla digitalizzazione dei processi. A spiegarlo è la General Manager Francesca Nocentini: “Vogliamo fare in modo che gli investimenti arrivino nel mercato con la conquista di nuovi clienti, con la riorganizzazione dei canali commerciali e con l’efficientamento dei processi attraverso la digitalizzazione e la managerializzazione”.

In quanto operatori nati nel professionale qual è la vostra visione del canale?
Siamo nati nel canale professionale: mio nonno, che nel 1959 fondò la Cramer, primo nome dell’azienda poi diventata Kemon, era un venditore del settore e mia nonna una parrucchiera. La Cramer, nata proprio come marchio rivolto al canale parrucchieri, ancora oggi è un nostro brand riconosciuto nell’ambito della colorazione. Kemon è nata dalla volontà di evoluzione e internazionalizzazione dell’azienda e oggi in essa convivono due generazioni, mio padre è l’amministratore delegato e io sono la general manager. Stiamo gestendo questo passaggio generazionale con l’integrazione di competenze e una progressiva managerializzazione con figure professionali di settore e specializzate, dal procurement al finance. Strutturando le competenze che servono per traguardare le sfide future.

Operate sul mercato sia come brand sia come produttori?
Sì, siamo sempre stati produttori e non abbiamo mai abbandonato questa attività. La nostra capacità di essere innovativi e qualitativi nel mercato professionale hanno fatto sì che si sviluppasse una certa reputation del nostro marchio e che il nostro business come formulatori, ricercatori e produttori si estendesse anche nel private label, che oggi rappresenta per noi il 35% del fatturato. Siamo anche partner di grandi marchi internazionali. Il restante 65% legato ai marchi propri dipende per il 35% dall’export e per il resto dal mercato professionale italiano e dal retail.

Come evolverà il vostro business nei prossimi anni?
Nei prossimi anni ci aspettiamo che la crescita, soprattutto in termini di volumi, sia molto trainata dal private label essendo noi in grado di offrire un servizio a 360°.
Certo è che la brand equity è importante, perché è proprio grazie alla nostra altissima reputation nel professionale che siamo cresciuti sul private label. Una reputation che si costruisce con investimenti in R&D che ci hanno portato a expertise particolari, come quella sulle piante officinali e sugli estratti naturali che per noi sono diventati un focus importante, differenziante e di specializzazione. Stiamo pensando di sviluppare un ramo di business dedicato proprio alle materie prime di origine naturale perché le coltiviamo ed estraiamo noi, su di esse effettuiamo ricerca e sviluppo in ambito cosmetico, quindi pensiamo di essere un candidato ideale per fornire questo tipo di supporto strategico innovativo.

Cosa significa essere Made in Umbria?
Purtroppo e per fortuna siamo gli unici nell’area a svolgere questa attività. C’è sicuramente un tema di raggiungibilità dovuto al territorio isolato che rende più difficile l’attrazione dei talenti specializzati. Vero è che la digitalizzazione del lavoro ci permette oggi di essere più flessibili ma anche più a rischio perché se prima i competitor lavoravano lontani e le nostre risorse erano protette, oggi tutto è più collegato. Cerchiamo di valorizzare il territorio che ci offre una qualità della vita eccezionale e la possibilità di coltivare in loco le nostre piante officinali. Inoltre, ci permette di lavorare con network aziendali, pubbliche amministrazioni ed enti del terzo settore per creare un tessuto connettivo economico che serve a valorizzare l’area e a sostenere le realtà territoriali e le persone. È uno scambio di ricchezza.

Qual è il valore della capacità di diagnosi dei parrucchieri con la tecnologia?
Trovo che la capacità di diagnosi supportata dalla tecnologia sia un punto chiave per l’evoluzione del nostro settore e che ora sia il momento migliore per aprirsi alla digitalizzazione. Ragioniamo tanto sulla divisione in fasce generazionali, ma basta riflettere sul fatto che tra dieci anni i parrucchieri e i titolari di saloni saranno quelli che oggi chiamiamo Gen Z o addirittura Gen Alfa, ovvero generazioni native digitali, per capire che non c’è nessun ostacolo per il futuro a una progressiva integrazione tra artigianale, che non deve mai mancare, e sviluppo digitale.

Come sta andando quest’anno e che previsione avete?
Abbiamo chiuso un buon 2025 in crescita sull’anno precedente: quello che ha fatto la differenza è stata la sempre maggiore capacità di presidiare i canali di distribuzione in maniera organizzata e professionale e la progressiva managerializzazione e integrazione di competenze che stiamo mettendo in atto e che mette a leva tutte le potenzialità dell’azienda. Quest’anno e nei prossimi proseguiremo in questo percorso con obiettivi di crescita ambiziosi. Il passaggio generazionale sarà gestito e messo a terra con cura, senza mai perdere lo spirito familiare che ci caratterizza, quello human touch di cui il mercato continua ad avere bisogno.

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