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GBB Go To Market Italia, ‘brand builder’

Guido Andrea Bellicini

GBB Go To Market Italia, ‘brand builder’

by Paola Cassola
16 Giugno 2026

Give Back Beauty Go To Market Italia ha acquisito Angelini Beauty nel 2025, creando una divisione commerciale unificata. Con trenta marchi in portafoglio, punta su un modello innovativo per le fragranze, si definisce ‘brand builder’ ed è pronta a cogliere nuove opportunità.

Frutto di aggregazioni, Give Back Beauty ha una storia molto veloce che l’ha vista, negli ultimi cinque anni, decuplicare il suo fatturato. Oggi conta oltre 500 dipendenti in quindici uffici commerciali nel mondo. Una storia fatta di diversi modelli strategici: dalle classiche licenze, come con Tommy Hilfiger e Trussardi, a modelli strategici distributivi come con Dolce & Gabbana, fino al ruolo di incubatore di talent, come nei casi di Florence by Mills e Blake Brown. “Give Back Beauty è un incubatore di marche il cui risultato deve essere valore per l’azionista, per il mondo e per il consumatore”, spiega Guido Andrea Bellicini, General Manager Give Back Beauty Go To Market Italia.

Come avete realizzato l’ultima operazione, la più grande, ovvero l’acquisizione di Angelini Beauty avvenuta nel 2025?
Nel caso di Angelini Beauty, oggi AB Parfums, abbiamo acquisito in blocco tutte le ‘operations’ inserendole in Beauty & Luxury. Si tratta di un modello go-to-market che unisce le forze vendite, marketing e comunicazione delle due aziende preesistenti al fine di avere un’unica divisione commerciale, un unico portafoglio e un’unica strategia di fronte a un unico retailer.

Di che giro d’affari stiamo parlando?
Il numero è rilevante, basti pensare che abbiamo in portafoglio trenta marche e ogni marca ha la sua ragion d’essere. Ci piace pensare che l’Italia sia la ‘flagship country’ del modello, per quanto, noi per primi, godiamo di una struttura internazionale che è appunto Give Back Beauty. Vogliamo essere sempre in prima fila in ogni opportunità che ci si possa presentare.

Come vede evolvere il mercato delle fragranze, in cui siete presenti?
Dobbiamo cambiare i paradigmi di un mercato che realizza 1,3 miliardi di euro, perché il consumatore li ha già cambiati. I confini tra drugstore e profumeria, almeno per quanto riguarda quella terra di mezzo che è la profumeria democratica, e i confini tra l’alta profumeria e la profumeria artistica, oggi li disegniamo noi addetti ai lavori perché i consumatori li hanno spazzati via. Anche grazie a quello che abbiamo fatto noi, mi permetto di dire, perché alcuni aumenti di listino portati da grandi marche hanno reso la profumeria artistica più competitiva.

Quanto pesa oggi la profumeria artistica in Italia?
Si stima che in Italia valga circa 1,7 miliardi di euro dei quali un miliardo rappresentato dalle profumerie, 300 milioni dai drugstore e 400 milioni dalle profumeria artistica.
È una quota rilevante che fa intravedere una rivoluzione in atto: oggi Circana legge cento milioni di marche artistiche, il che significa che hanno fatto un salto di posizionamento dalla terra di mezzo entrando nel suo perimetro di rilevazione. La profumeria selettiva, cerca in queste marche una nuova ‘source of business’ lontana dalle promozioni e dalle solite costrizioni. Non solo, la profumeria artistica sta iniziando a vivere qualche pressione a causa dell’alto numero di marche, ognuna con una notevole ampiezza di assortimento, che poi devono competere per trovare una collocazione. La conseguenza sarà un’inevitabile selezione perché trovare spazio sarà sempre più difficile e i distributori sono pochi.

Cosa sta accadendo nel mercato delle fragranze democratiche?
Gli aumenti di listino hanno portato a una polarizzazione spostando dei consumi verso le marche più democratiche, per il problema del potere d’acquisto. Le marche democratiche vanno a competere con i drugstore e in questo mid-range noi siamo molto concentrati perché lì c’è traffico. C’è anche un interessante movimento nell’alta profumeria, però bisogna tenere in considerazione la limitatezza delle opportunità distributive che le molteplici nuove collezioni hanno. In questi casi, se non si ha una buona partnership con il retail rimane un progetto che fa fatica a svilupparsi.

Come gestite le marche che avete in Italia?
Per le trenta marche che abbiamo ci definiamo ‘brand builder’, non ‘brand collector’. Guardando avanti, saranno fatte delle razionalizzazioni. Fortunatamente abbiamo tutte marche solide in grado di esercitare una loro attrattività sia verso i retailer, che stanno effettuando grandi scelte assortimentali, sia verso il consumatore.

L’operazione con L’Oréal è invece stata un’integrazione?
Sì, per L’Oréal la nostra strategia è di integrazione: ha marche gigantesche da trattare con attenzione e come tutte le multinazionali ha una funzione export dove non ha la filiale. L’Italia è stata la prima country delle grandi country europee dove convive una forma distributiva, Give Back Beauty Go To Market Italia, e L’Oréal Italia per la quale distribuiamo brand come Maison Margiela, Azzaro, Ralph Lauren e Diesel, per citarne alcuni. Dato il buon funzionamento, L’Oréal monitora il modello italiano per valutarne un’espansione anche in altri Paesi. Il matrimonio dura da tre anni e mi piace pensare che possa andare avanti.

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